La formazione come palestra della
professionalità
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Nel 2002 Franco Angeli poneva una suggestiva domanda:
“Formazione: quo vadis?” alla quale era ancora possibile dare una risposta in
qualche modo univoca: la finalità del fare formazione si identificava con lo
sviluppo delle competenze.
Oggi, a distanza di soli quattro anni, tale “certezza di risposta” inizia a
vacillare se non addirittura a cadere di fronte alle mutazioni genetiche
avvenute nell’offerta di formazione ma anche nei tessuti organizzativi e
sociali.
Tanto per cominciare, conviene ragionare in termini di “formazioni” –
scolastica, professionale, sul lavoro – correndo anche il rischio di incorrere
in una pirandelliana crisi di identità: formazione una, nessuna, centomila.
In secondo luogo, il mercato della formazione. Il vecchio ritornello: “In tempi
di crisi, la formazione è una delle prime spese ad essere tagliate” è ancora
duro a morire, continuando a causare danni alla competitività e allo sviluppo.
Osservazioni sul campo dimostrano inoltre che, a seguito della progressiva
chiusura dei rubinetti di fondi pubblici e/o consortili e dell’effetto 11
settembre, la domanda di formazione si è molto assottigliata, traghettando il
settore da mercato segmentabile a mercato di nicchia in cui investire in
formazione diventa un “lusso” per pochi.
Un lusso inteso non tanto in termini economici, attenzione. Di fatto, la
formazione costa relativamente poco se confrontata con altre voci di spesa
aziendale, a volte anche molto futili. Si tratta piuttosto di un “lusso
psicologico”, nel senso che sono sempre meno le aziende che possono permettersi
di avere persone e quindi funzioni interne “dedicate” solo o quasi
esclusivamente alla formazione in azienda. Sono sempre meno i manager che hanno
tempo disponibile o vogliono renderlo tale per curare i processi di sviluppo
basati sulla consulenza e sulla formazione.
Tale situazione naturalmente è molto critica, dal momento che l’unica
alternativa all’assenza di sviluppo è il declino.
Tuttavia, diverse aziende sono ancora convinte che per salvare la nave che
affonda basti svuotare l’acqua con i secchi piuttosto che preoccuparsi
seriamente di tappare le falle, riparare lo scafo e poi provvedere eventualmente
anche alla sostituzione del capitano e degli ufficiali incompetenti.